22.2.17

Drosophila Melanogaster di Massimo Napoli - testo critico di Claudia Quintieri

Drosophila Melanogaster

Chi è Drosophila Melanogaster? Una scrittrice di successo, ma ancora prima una madre. Al secolo Europa Pesante, nata a Roma nel 1893 vi è morta nel 1975. Nella sua vita ha incontrato soprattutto avversità: dal punto di vista creativo ha dovuto fondare una sua casa editrice, “Edizioni della Palude”, perché, tramite Natalia Ginzburg, l’Einaudi aveva riveduto e ridotto i suoi romanzi. Da un punto di vista personale, quando era giovane, ha incontrato un illustre ufficiale dell’esercito ed esponente del Fascismo che l’ha messa in cinta di suo figlio Massimo, e che, non solo ha disconosciuto il bambino, ma lo ha anche fatto internare in manicomio per costruirsi una nuova vita. Massimo Napoli è riuscito a salvare dall’oblio la figura di questa grande donna che, come scrittrice, si è occupata soprattutto del conflitto fra individuo e società, e nel privato, anche. Per celebrarla ha organizzato un evento alla memoria, una mostra. Nella prima sala, L’ANTICAMERA, la gigantografia della foto di Drosophila scattata nel 1977: ma com’è possibile dato che lei muore nel 1975? Forse è deceduta dopo? Forse è sbagliata la datazione della fotografia? Su questo non ci sono fonti certe. Poi ci si imbatte ne LA PRESENTAZIONE, dove è esposta la sua  fotografia insieme alla sua biografia scritta da Napoli e l’elenco dei titoli dei suoi romanzi. Segue L’ESPOSIZIONE dove sono poste dieci copertine dei romanzi di Drosophila, da lei disegnate con i pastelli. Si continua con la sezione LE SERVE STANNO IN CUCINA. dove sono  in esposizione quattro disegni dal titolo “L’utensileria da cucina della buona matrigna” realizzati da Massimo Napoli. E si finisce con una sala dove c’è una busta, il nome della sala è MANIFESTARE IL SEGRETO EPISTOLARE DI DROSOPHILA MELANOGASTER  e nella busta il suo testamento che sarà divulgato ripetutamente da una registrazione recitata da Massimo Napoli. Massimo Napoli, attore e disegnatore, appare come curatore di questa mostra, ma in realtà ne fa parte, vi si inoltra sia come voce recitante che come pittore che come biografo: entra ed esce dalla mostra come se essa fosse un suo personaggio.  Chi è veramente Drosophila? Ne abbiamo testimonianza solo dalle parole e dalle ricerche di Napoli: cos’è veramente reale, cos’è immaginazione? Sulla scena teatrale il personaggio che muore, muore veramente? Eppure quando ci troviamo di fronte ad una simulazione l’emotività può rendere reale ciò che appare. Non ci capacitiamo di ciò che abbiamo di fronte, verità o finzione. Secondo la “leggenda” Drosophila ha avuto una vita intensa, in lei convivevano varie anime. Era una contraddizione in termini perché la traccia della sua esistenza l’aveva portata ad un’ambiguità sempre calata nella purezza d’animo. Non riusciva a gestire in maniera equilibrata il lato sociale, aveva questa attrazione repulsione verso la vita artistico letteraria dell’epoca, siamo a cavallo fra le due guerre. Una delle cause possibili è che nell’ambito sociale spesso bisogna costruirsi una sorta di maschera che non permette di mostrare ciò che è la realtà emotiva delle persona, nel caso di Drosophila parliamo della sofferenza per un figlio maledetto, ricoverato in un ospedale psichiatrico. Quindi, da una parte rimaneva incastrata nella costrizione di dover nascondere la situazione personale per apparire in una società con degli schemi, dall’altra parte i suoi sentimenti erano connaturati ad un vissuto cui non si poteva sottrarre, motivo per cui aveva anche bisogno di isolarsi dal mondo. Fra apparenza e sostanza . Nonostante lei sia stata una donna di successo era stata colpita nel lato in cui la donna è più vulnerabile, quello materno, quando le avevano sottratto Massimo, quindi aveva questo profondo buco affettivo dovuto al figlio, che inoltre la rifiutava perché si sentiva abbandonato, e che la faceva andare in profondità, in contrasto con una superficialità mondana. E poi nell’artista coesistono necessità ambigue come quella di esserci e non esserci: l’artista ha bisogno di apparire però ha anche bisogno di rifugiarsi, di sottrarsi, per sua indole. Non è un caso che Drosophila scrivesse e dipingesse. Solo le sue due amiche Maria Montessori e Valentina H. sapevano la verità sul suo conto e le stavano vicino.  E sempre ritornava e appariva il tema del pregiudizio nella vita di Drosophila, nel rapporto fra privato e sociale, tema che si manifesta in mostra sotto diverse forme.  “Le serve devono stare in cucina”, che è il titolo della quarta sala dove vi sono i disegni di pentolame firmati da Napoli, ne è una manifestazione. Questi disegni si ispirano ad una parte del libro “La folla delinquente” di Drosophila: qui la protagonista vuol far fare un cappotto su misura alla sua serva, ma la sarta si rifiuta perché se si venisse a sapere che ha fatto un cappotto ad una serva potrebbe perdere delle clienti. La protagonista controbatte che anche la serva è una donna, ma non c’è niente da fare, alla fine la sarta non vorrà confezionare il cappotto: quale dimostrazione più eclatante di pregiudizio? E di nuovo il pregiudizio quando Drosophila andrà a parlare con la madre dell’uomo che l’ha messa in cinta, la donna è talmente maschilista e protettiva verso il figlio, anche se si è comportato così come si è comportato, che quando la nostra le spiega che si fa chiamare con uno pseudonimo l’anziana risponde, come si legge nel testamento: “ ho una nuora mancata pazza che ora si fa chiamare “Melanogatto”” non capendone il motivo e senza ascoltare ragioni.  E nel testamento Drosophila parla di come Massimo le abbia dato la felicità facendola entrare in contatto con l’anima che permette di ritornare bambini. Il testamento, quindi, è recitato da Napoli, che si chiama come il figlio di lei. Casualità? E se Napoli volesse far sentire la sua presenza come genitore della storia attraverso questa omonimia, come quando nei dipinti antichi il pittore si ritraeva dentro ad un proprio quadro? Connaturandosi con la possibilità di scivolare fra i suoi personaggi , di acquisirne a tratti alcune sfaccettature. E si insinua un altro dubbio: la voce è maschile e: “se fosse il figlio a leggere il testamento della madre? Così la storia non avrebbe tempo, i due sarebbero nel “sempre”, congiunti senza epoca. Finalmente insieme contro il pregiudizio.” Così, poi, le diverse ipotetiche situazioni in cui è stata scattata la fotografia sarebbero tutte esatte perché i vari percorsi possibili nascerebbero da possibili incastri temporali che alla fine diventerebbero atemporali e conviventi:
La fotografia ritrae la scrittrice durante una sua visita ai pazienti del reparto di psichiatria del Policlinico Umberto I° di Roma.
La fotografia ritrae la scrittrice in posa per i suoi ammiratori, durante uno dei suoi ricoveri al reparto di psichiatria del Policlinico Umberto I° di Roma.
La fotografia ritrae la scrittrice, quando visita suo figlio, ricoverato presso il reparto di psichiatria del Policlinico Umberto I° di Roma.
La fotografia ritrae la scrittrice per l’ultima posa prima di saltare giù con suo figlio dalla finestra dell’ultimo piano del reparto di psichiatria del Policlinico Umberto I° di Roma.
La fotografia è del 1977?    

Claudia Quintieri