Andrew Rutt
beautiful days terrible times
Nel bel mezzo dei terrible times, attanagliati da una crisi che non è soltanto economica ma una vera
e propria crisi di sistema sociale e culturale, sembrerebbe quasi impossibile e paradossale parlare di
beautiful days. Andrew Rutt ha deciso di accettare la sfida, cercando nel disagio attuale una
possibilità di svolta, di cambiamento, di trasformazione.
Se nei momenti di crisi si corre il rischio che l'individualismo, la paura e i preconcetti trovino un
terreno fertile su cui sbocciare, allora la necessità di soffermarsi sulla relazione con l'altro diventa
contingente e necessaria. Il termine trasformazione rappresenta per Andrew Rutt non un movimento
repentino, ma un costante rinnovamento del proprio pensiero, è l'accrescimento che avviene tramite l'osmosi tra più identità, tramite la conoscenza.
Fermamente convinto che nello scambio tra due persone la somma di uno più uno non faccia mai
due ma tre, e altrettanto convinto che l'arte possa essere un collante sociale e abbia come fine
l'innesto di dubbi e di messa in crisi delle nostre granitiche certezze, l'artista inglese crea un
momento di confronto con chi ha deciso di affrontare una trasformazione che non è limitata
all'aspetto fisico e corporeo, ma che coinvolge totalmente il concetto di identità e di riflessione su sé
stessi.
Muovendosi nel campo della fotografia partecipativa, l'artista ha consegnato delle macchine
fotografiche usa e getta ad alcuni membri della realtà transgender del quartiere romano Pigneto
(troppo spesso raccontati, ma poco spesso ascoltati con attenzione e discrezione) chiedendo loro di
mostrarsi attraverso il mezzo fotografico. Non è dunque la realizzazione di immagini tecnicamente
perfette ad interessarlo, ma il valore documentario e socio-politico che esse assumono.
Soltanto dopo aver visto i loro racconti, alla luce del materiale raccolto, Andrew Rutt ha ritratto i
volti e i corpi delle persone che hanno partecipato al progetto, rivelando il suo sguardo su di loro.
Uno sguardo diverso e più consapevole rispetto all'approccio iniziale, dove il nudo vuole essere il
simbolo di una visione possibilmente scevra da pregiudizi e preconcetti, dove artista e soggetto
fotografato si guardano ad armi pari attraverso un obiettivo fotografico. Ed è quando si incontrano i
due sguardi che la trasformazione è messa in atto e la possibilità che i terrible times diventino
beautiful days diventa concreta e tangibile.
C'è qualcosa di simile ad un viaggio nell'esperienza portata avanti da Andrew Rutt, uno di quei
viaggi in cui si sa da dove si parte ma non si conosce la meta finale.
E una ventina di anni prima di scrivere Myra Breckinridge, Gore Vidal già ci avvertiva:
«Strana questa cosa dei viaggi, una volta che cominci, è difficile fermarsi. È come essere
alcolizzati» (La statua di sale, 1948).
Valeria De Berardinis