22.2.17

Drosophila Melanogaster di Massimo Napoli - Interno - 14

Drosophila Melanogaster
foto del 1977


Prefazione al catalogo in mostra

Massimo Napoli è un attore cresciuto nell’avanguardia teatrale  degli anni  70 /80.  Ha lavorato con Giuliano Vasilicò, Aldo Braibanti, Luca Ronconi . E’ scrittore, pittore e collezionista. Intellettuale esperto di teatro, pittura, letteratura, storia dell’arte. E’ minuto, elegante, educato e sensibile, vive in una casa bellissima sempre in ordine e pulita.

Un giorno a casa sua mi mostra un piatto di ceramica appeso ad una parete  e mi dice: “ vedi questo l’ha dipinto Drosophila Melanogaster nel 1977”. Mi spiega che è stata una scrittrice di successo vissuta nello stesso periodo di Liala, ma a differenza di quest’ultima che esalta le virtù dei ceti sociali più elevati,  Drosophila svela  nei suoi scritti la crudeltà nascosta nei comportamenti borghesi e aristocratici per  mantenere i propri privilegi.

I riferimenti  a Bontempelli nella biografia di Drosophila  mi spingono a leggere vita e morte di Adria e dei suoi figli dove scopro una figura femminile di un disumano autolesionismo pur di lasciare la sua celebre ed irraggiungibile bellezza nel mito,  con  la folla delinquente di Drosophila  Melanogaster  scopro invece una donna altrettanto bella ma  libera nell’animo e nella mente da qualsiasi lusinga altoborghese.

Parlando con Massimo chiedo se è veramente esistita questa scrittrice e avverto che  non è una domanda  da porre,  per non  sentirsi  frastornati. Non ha importanza  capire  dove inizia il gioco e dove finisce il vero.  Quando abbandono  la curiosità  riesco a  godere  della sottile ironia che serpeggia in tutte le dimensioni del personaggio,  dai titoli dei libri così cupi e carichi di dolorosi presagi con copertine invece dal tratto leggiadro e decorativo, ai disegni dell'utensileria da cucina della buona matrigna, simbolo del posto che spetta alle serve, concetto che suscita indignazione mista a sorriso.
Massimo mi parla anche di un testamento mai aperto che Drosophila ha lasciato a suo figlio “Massimo” con l’impegno di aprirlo soltanto a più di 30 anni dalla sua morte avvenuta nel 1975.

Propongo di fare una mostra  su Drosophila Melanogaster , ed aprire con l’occasione il testamento.
Riconosco che Massimo Napoli con questa mostra svela il suo animo, la sua sensibilità  e generosamente ci regala le sue conoscenze culturali, artistiche ed umane.
Questa mostra è un dovere sociale, un riscatto morale per tutte le sofferenze inflitte dalla meschina cultura benpensante. E’ un omaggio che Massimo Napoli con il mio incoraggiamento e con la disponibilità di Claudia Quintieri, dedica a tutte le persone che hanno subito e subiranno un’ ingiusta condanna  per essere state anime libere.

Dedicato ad Aldo Braibanti

Rossella Alessandrucci


Mostra del 21/02/2017
Interno 14
foto di Gianvito Ricciardi













 SEGRETO EPISTOLARE di DROSOPHILA MELANOGASTER 
  (da rivelare dopo più di trent’anni dalla sua morte). 

Anche ora che sto per morire, e ne avrò giusto il tempo di terminare questo mio scritto, provo un vero desiderio di vivere. Una gioia di vivere connaturata in me e sempre repressa dagli eventi. Da ragazza, ascoltando una canzonetta di Aldo Fabrizi, “Nel Duemila”, si era negli anni ’30, pensavo realmente al Duemila come a una grande epoca, evoluta, progredita ed emancipata; non la vedrò mai, ma disporrò affinché queste mie rivelazioni usciranno nel nuovo millennio avanti. Ora Penelope incrocia la x sulla scheda elettorale e questo è bene e mi fa appartenere alla modernità, ma la mia vita è stata la rissa con la barbarie degli uomini.
Ma veniamo subito agli accadimenti.
Gli accadimenti sono pochi e brutali e come tali hanno l’elenco che taglia e corrode corpo e anima:
-a sei anni, in collegio dalle Suore Beata Rosa Venerini, durante le prove generali della prima comunione, ricevo in bocca la prima ostia, seppur non quella ufficiale, quella arriverà il grande giorno, ma nella materia è la stessa e la transustanziazione non c’è. Quella prima ostia della mia vita subito attenta alla mia vita, appiccicandosi al palato e chiudendomi l’ugola. Soffoco e provo ad aiutare i polmoni, staccando quella pappa con le dita: sacrilegio! Le suore mi trascinano per i capelli fuori dalla cappella e mi puniscono per aver toccato con le mie dita peccatrici di bambina di sei anni il corpo di Cristo. Ma non erano le ostie della brutta copia?
-e ancora: sono poco più di un’adolescente e l’uomo, l’adulto, si presenta a me sotto forma di divisa, uniforme, bello, militare, galante e gode subito del verbo comandare, esigere, desiderare e pretendere, concedere e determinarsi, intendere e ordinare. E’ me che richiede e a tanta forza, la sua, conviene tanta debolezza, la mia e allora l’amo o è giogo, subordinazione? Il tempo non c’è per rispondermi, perché quello che io credevo di donare in amore non è e succede lo stupro e tutto adesso è un’altra cosa;
-e ancora: gravida, sono cacciata di casa da mio padre, mentre mia madre m’incoraggia di appellarmi alla Santa Vergine, anche lei gravida, ma incontaminata; quanto mi è accaduto dovrà essere velato per sempre dal silenzio che uccide;
-e ancora: nel 1913 nasce mio figlio, uguale al padre e da lui non riconosciuto e io ho vent’anni;
-studio, lavoro, imparo il fango e la polvere, ma tiro avanti;
-amo mio figlio Massimo, ma nel 1920 a sette anni, mi viene strappato via e rinchiuso nel manicomio dell’ospedale Santa Maria della Pietà di Monte Mario, dove non mi è permesso vederlo;
-la mia vita senza mio figlio si rabbuia ed è tutto un de profundis;
-le mie uniche amiche che mi saranno accanto per tutta la vita sono Maria e Valentina: Maria Montessori in quegli anni ottiene la nomina di assistente presso la clinica psichiatrica dell’università e mi offre la spalla su cui piangere; Valentina H. ha un ristorante, dove mangio e mi confido, e mi offre la spalla su cui piangere; e  ancora: nel 1924 succede il delitto Matteotti e il Fascismo si rivela nella sua brutale natura;
- e ancora: Maria Montessori mi confida di essere anche lei una ragazza-madre, ma il suo segreto rimarrà tale per sempre. Ella ebbe un figlio da Giuseppe Ferruccio Montesano, uno dei fondatori della Psicologia e Neuropsichiatria infantile italiana.
-grazie all’intervento di Maria Montessori, mio figlio viene accolto nella prima “casa dei bambini”, quella da lei fondata nel 1907 a S. Lorenzo. Posso riabbracciare mio figlio, ma lo trovo instabile e disturbato, mi rifiuta.
-rigettata da mio figlio, ammattisco quasi. Non voglio più mangiare, ne’ bere. Valentina H. mi convince che il piccolo Massimo, nella sua disperazione e solitudine ha il diritto di poter contare su sua madre, anche in forma indiretta e anonima.
-l’esistenza è fango, ma devo fertilizzare la gioia di vivere per amore di mio figlio e allora scrivo e disegno, dunque sono circondata da Bellezza e Dolore.
-e ancora: il padre di mio figlio è divenuto un illustre ufficiale dell’esercito ed esponente del Fascismo. Egli sta per sposare una donna per formare la Famiglia, solennemente confermata dalla legge e santificata dalla religione. Non pago di una vita che gli sorride, si fa un ulteriore regalo di nozze: rigettare mio figlio in manicomio, per allontanarlo da sua madre definitivamente e cancellare così quel figlio illegittimo.
-grazie a mio figlio, posso affermare di essere stata a contatto con l’anima e di non essere una superficiale. Quando si è in contatto con l’anima si diventa semplici come bambini. Scrivo e disegno e mi sento di essere profonda, ma gli altri puntualmente si ritengono di essere più intelligenti e sorridono. Ecco di nuovo il nemico della mia esistenza: il pregiudizio.
-quando il pregiudizio intralcia i rapporti, la pubblicazione delle opere, la conversazione, allora la sola cosa da fare è di accettare ogni cosa e, per quanto strano possa sembrare, si può essere molto più felici. Circondata dai miei oggetti, dai libri e dai fiori, potevo sentirmi libera e felice. Diversamente, in quegli anni decisivi ma durissimi, alcuni artisti, fragili e meno portati a star di fronte al pregiudizio o a spazzarlo via, venivano relegati al ruolo di animali in via di estinzione. Destinataria degli appunti e dei diari di pittori come Antonio Donghi e Riccardo Francalancia, io potevo accorgermi del dolore profondo e incurabile dato dall’esser visti come relitti del passato, fuori dalla storia e dall’Europa.
Ora che sono morta, le mie riflessioni verranno accolte da una società evoluta sicuramente, ma il pregiudizio sarà sempre la bestia contro cui lottare. Il mio muto mondo del dolore e i miei romanzi sono portavoce di esso. La mia amica Maria Montessori, riparata all’estero, ha combattuto la sua battaglia contro il pregiudizio per via scientifica, pedagogica e intellettuale. Io, che provengo da quella terribile filantropia del IXX° secolo, di collegi religiosi, colonie estive, dittature distruttive, ho avuto l’Arte come alleata, perché artificio o inutile come l’Arte deve essere, perché simbolo.
Il padre di mio figlio e il padre del figlio illegittimo di Maria Montessori, quando morirono ebbero solenni funerali di Stato. Quando ho potuto rivedere la madre del padre di mio figlio, ormai molto vecchia, le avevo riferito di aver adottato un nome d’arte al posto di Pesante. Sconvolta, ella aveva subito telefonato alle sue amiche scimunite, dicendo di avere una nuora mancata pazza che ora si fa chiamare “Melanogatto”. L’eleganza di una Melanogaster storpiata dalla volontà di ascoltare un nome sotto l’ala nera del pregiudizio.

                                                                               4 Febbraio 1975

                                                                              Europa Pesante in arte Drosophila Melanogaster






Rossella Alessandrucci (LaStellinaArteContemporanea), Massimo Napoli, Claudia Quintieri



Drosophila Melanogaster di Massimo Napoli - testo critico di Claudia Quintieri

Drosophila Melanogaster

Chi è Drosophila Melanogaster? Una scrittrice di successo, ma ancora prima una madre. Al secolo Europa Pesante, nata a Roma nel 1893 vi è morta nel 1975. Nella sua vita ha incontrato soprattutto avversità: dal punto di vista creativo ha dovuto fondare una sua casa editrice, “Edizioni della Palude”, perché, tramite Natalia Ginzburg, l’Einaudi aveva riveduto e ridotto i suoi romanzi. Da un punto di vista personale, quando era giovane, ha incontrato un illustre ufficiale dell’esercito ed esponente del Fascismo che l’ha messa in cinta di suo figlio Massimo, e che, non solo ha disconosciuto il bambino, ma lo ha anche fatto internare in manicomio per costruirsi una nuova vita. Massimo Napoli è riuscito a salvare dall’oblio la figura di questa grande donna che, come scrittrice, si è occupata soprattutto del conflitto fra individuo e società, e nel privato, anche. Per celebrarla ha organizzato un evento alla memoria, una mostra. Nella prima sala, L’ANTICAMERA, la gigantografia della foto di Drosophila scattata nel 1977: ma com’è possibile dato che lei muore nel 1975? Forse è deceduta dopo? Forse è sbagliata la datazione della fotografia? Su questo non ci sono fonti certe. Poi ci si imbatte ne LA PRESENTAZIONE, dove è esposta la sua  fotografia insieme alla sua biografia scritta da Napoli e l’elenco dei titoli dei suoi romanzi. Segue L’ESPOSIZIONE dove sono poste dieci copertine dei romanzi di Drosophila, da lei disegnate con i pastelli. Si continua con la sezione LE SERVE STANNO IN CUCINA. dove sono  in esposizione quattro disegni dal titolo “L’utensileria da cucina della buona matrigna” realizzati da Massimo Napoli. E si finisce con una sala dove c’è una busta, il nome della sala è MANIFESTARE IL SEGRETO EPISTOLARE DI DROSOPHILA MELANOGASTER  e nella busta il suo testamento che sarà divulgato ripetutamente da una registrazione recitata da Massimo Napoli. Massimo Napoli, attore e disegnatore, appare come curatore di questa mostra, ma in realtà ne fa parte, vi si inoltra sia come voce recitante che come pittore che come biografo: entra ed esce dalla mostra come se essa fosse un suo personaggio.  Chi è veramente Drosophila? Ne abbiamo testimonianza solo dalle parole e dalle ricerche di Napoli: cos’è veramente reale, cos’è immaginazione? Sulla scena teatrale il personaggio che muore, muore veramente? Eppure quando ci troviamo di fronte ad una simulazione l’emotività può rendere reale ciò che appare. Non ci capacitiamo di ciò che abbiamo di fronte, verità o finzione. Secondo la “leggenda” Drosophila ha avuto una vita intensa, in lei convivevano varie anime. Era una contraddizione in termini perché la traccia della sua esistenza l’aveva portata ad un’ambiguità sempre calata nella purezza d’animo. Non riusciva a gestire in maniera equilibrata il lato sociale, aveva questa attrazione repulsione verso la vita artistico letteraria dell’epoca, siamo a cavallo fra le due guerre. Una delle cause possibili è che nell’ambito sociale spesso bisogna costruirsi una sorta di maschera che non permette di mostrare ciò che è la realtà emotiva delle persona, nel caso di Drosophila parliamo della sofferenza per un figlio maledetto, ricoverato in un ospedale psichiatrico. Quindi, da una parte rimaneva incastrata nella costrizione di dover nascondere la situazione personale per apparire in una società con degli schemi, dall’altra parte i suoi sentimenti erano connaturati ad un vissuto cui non si poteva sottrarre, motivo per cui aveva anche bisogno di isolarsi dal mondo. Fra apparenza e sostanza . Nonostante lei sia stata una donna di successo era stata colpita nel lato in cui la donna è più vulnerabile, quello materno, quando le avevano sottratto Massimo, quindi aveva questo profondo buco affettivo dovuto al figlio, che inoltre la rifiutava perché si sentiva abbandonato, e che la faceva andare in profondità, in contrasto con una superficialità mondana. E poi nell’artista coesistono necessità ambigue come quella di esserci e non esserci: l’artista ha bisogno di apparire però ha anche bisogno di rifugiarsi, di sottrarsi, per sua indole. Non è un caso che Drosophila scrivesse e dipingesse. Solo le sue due amiche Maria Montessori e Valentina H. sapevano la verità sul suo conto e le stavano vicino.  E sempre ritornava e appariva il tema del pregiudizio nella vita di Drosophila, nel rapporto fra privato e sociale, tema che si manifesta in mostra sotto diverse forme.  “Le serve devono stare in cucina”, che è il titolo della quarta sala dove vi sono i disegni di pentolame firmati da Napoli, ne è una manifestazione. Questi disegni si ispirano ad una parte del libro “La folla delinquente” di Drosophila: qui la protagonista vuol far fare un cappotto su misura alla sua serva, ma la sarta si rifiuta perché se si venisse a sapere che ha fatto un cappotto ad una serva potrebbe perdere delle clienti. La protagonista controbatte che anche la serva è una donna, ma non c’è niente da fare, alla fine la sarta non vorrà confezionare il cappotto: quale dimostrazione più eclatante di pregiudizio? E di nuovo il pregiudizio quando Drosophila andrà a parlare con la madre dell’uomo che l’ha messa in cinta, la donna è talmente maschilista e protettiva verso il figlio, anche se si è comportato così come si è comportato, che quando la nostra le spiega che si fa chiamare con uno pseudonimo l’anziana risponde, come si legge nel testamento: “ ho una nuora mancata pazza che ora si fa chiamare “Melanogatto”” non capendone il motivo e senza ascoltare ragioni.  E nel testamento Drosophila parla di come Massimo le abbia dato la felicità facendola entrare in contatto con l’anima che permette di ritornare bambini. Il testamento, quindi, è recitato da Napoli, che si chiama come il figlio di lei. Casualità? E se Napoli volesse far sentire la sua presenza come genitore della storia attraverso questa omonimia, come quando nei dipinti antichi il pittore si ritraeva dentro ad un proprio quadro? Connaturandosi con la possibilità di scivolare fra i suoi personaggi , di acquisirne a tratti alcune sfaccettature. E si insinua un altro dubbio: la voce è maschile e: “se fosse il figlio a leggere il testamento della madre? Così la storia non avrebbe tempo, i due sarebbero nel “sempre”, congiunti senza epoca. Finalmente insieme contro il pregiudizio.” Così, poi, le diverse ipotetiche situazioni in cui è stata scattata la fotografia sarebbero tutte esatte perché i vari percorsi possibili nascerebbero da possibili incastri temporali che alla fine diventerebbero atemporali e conviventi:
La fotografia ritrae la scrittrice durante una sua visita ai pazienti del reparto di psichiatria del Policlinico Umberto I° di Roma.
La fotografia ritrae la scrittrice in posa per i suoi ammiratori, durante uno dei suoi ricoveri al reparto di psichiatria del Policlinico Umberto I° di Roma.
La fotografia ritrae la scrittrice, quando visita suo figlio, ricoverato presso il reparto di psichiatria del Policlinico Umberto I° di Roma.
La fotografia ritrae la scrittrice per l’ultima posa prima di saltare giù con suo figlio dalla finestra dell’ultimo piano del reparto di psichiatria del Policlinico Umberto I° di Roma.
La fotografia è del 1977?    

Claudia Quintieri



30.1.17

Drosophila Melanogaster di Massimo Napoli - Interno 14 Via Carlo Alberto 63, Roma




Interno 14: “Drosophila Melanogaster” di Massimo Napoli
A cura de LaStellina ArteContemporanea
Testo critico di Claudia Quintieri

21 febbraio 2017 ore 18.30 | Interno 14 | Roma

Il giorno 21 febbraio 2017 alle ore 18.30 Interno 14 - lo spazio dell’AIAC - Associazione Italiana di Architettura e Critica presenta “Drosophila Melanogaster” di Massimo Napoli, a cura de La Stellina ArteContemporanea, con un testo critico di Claudia Quintieri.

Negli spazi di Interno 14 Massimo Napoli racconta la vita di Drosophila Melanogaster, pseudonimo di Europa Pesante (Roma 1893-1975), scrittrice di successo degli anni '30 del secolo scorso, amica di Maria Montessori ed ispiratrice della produzione letteraria di Massimo Bontempelli.
Dalla sua storia traspaiono i pregiudizi che tanti destini hanno deviato e tante esistenze hanno distrutto. Se solo lo sguardo altrui fosse stato più indulgente, se solo si fossero seguiti meno i rigidi canoni della vita borghese che nulla concedevano al cuore, molte anime si sarebbero salvate dalla disperazione e dalla solitudine.

Drosophila ha aspettato la nostra epoca per aprire il suo testamento, certa che il tempo ed il progresso abbiano trasformato la visione dell’esistenza. Drosophila è nata e vissuta a Roma e molti luoghi da lei descritti sono tristemente noti a noi romani, ma, nonostante le infelici esperienze date dai tempi bui nei quali è esistita, a noi ci si rivela come un’eroina femminista che ci lascia in eredità i suoi scritti ed i suoi disegni a testimonianza del suo difficile vissuto.

Nonostante tutto è una che ce l’ha fatta, ha vinto da sola la sua battaglia. Non ha mai accettato compromessi e ne è la prova la casa editrice da lei fondata: "Edizioni della Palude”. Il temperamento curioso e creativo l’ha sempre sostenuta ed a nulla è servita la sofferenza e l'amarezza che la vita le ha provocato. L’arte è stata la sua cura più efficace. Ora siamo pronti  a conoscere  questo magnifico personaggio.

La mostra ad Interno 14 ci dà la possibilità di conoscere fisicamente Drosophila Melanogaster tramite una sua foto d’epoca, le copertine dei suoi libri da lei stessa illustrate ed attraverso l’unico libro ritrovato e ristampato, oltre naturalmente l’apertura in pubblico del testamento dopo più di 30 anni dalla sua morte, come da sua volontà.

Massimo Napoli nasce a Roma. Il suo percorso artistico si articola sia nel campo dello spettacolo, sia in quello delle arti figurative. Si diploma come attore allo Studio Fersen. Frequenta la Scuola del Nudo con Giulio Turcato all’Accademia di Belle Arti di Roma. Segue i laboratori di teatro su “Tamerlano” e “Macbeth” diretti da Carlo Quartucci e Carla Tatò in collaborazione col Centro Teatro Ateneo di Roma. In teatro debutta come protagonista nello spettacolo culto dell’Avanguardia Romana “Proust” del 1976, con la regia di Giuliano Vasilicò. Continua a lavorare come attore con Lucia Vasilicò, Piero Panza, Sergio Salvi, Aldo Braibanti, Luca Ronconi, Vittorio Pavoncello. Registra diversi sceneggiati radiofonici per Rai Radio2. Recita ne “L’impresario teatrale” K486 di Mozart con la regia di Tonino Del Colle per il secondo canale della Rai. Scrive e interpreta i monologhi “Ventesimo secolo”, “La psicologia dell’albero” e “Salomè decollata” (il canovaccio), quest’ultimo anche pubblicato su iodanzo.com. Nel cinema prende parte come attore alla realizzazione dei film “Caligola” di Tinto Brass e Gore Vidal e “L’umanoide” film di fantascienza di Aldo Lado. Presta la voce come lettore in diverse letture pubbliche nelle biblioteche comunali del Circuito Biblioteche di Roma e altre sedi istituzionali. Vive e lavora a Roma.



Interno 14: “Drosophila Melanogaster” di Massimo Napoli
A cura de LaStellina ArteContemporanea
Testo critico di Claudia Quintieri
Catalogo in mostra con prefazione di Rossella Alessandrucci

Inaugurazione 21 febbraio 2017 ore 18.30
Interno 14 | Via Carlo Alberto 63 Roma

Dal 22 al 28 febbraio 2017 dalle 18 alle 20 e per appuntamento: 3336067466 - 3342906204


L'iniziativa non si prefigge finalità commerciali di alcun genere, ma fa parte delle attività culturali dell'associazione.

Associazione Italiana di Architettura e Critica

UFFICIO STAMPA AIAC / Roberta Melasecca
uffstampaaiac@presstletter.com / 

Unico romanzo ritrovato

Massimo Napoli




Copertina di "La vipera e il sonnifero" 
disegno di 
Drosophila Melanogaster


L'utensileria da cucina della buona matrigna
da 
Le serve stanno in cucina 
opera di 
Massimo Napoli


L'utensileria da cucina della buona matrigna
da 
Le serve stanno in cucina 
opera di 
Massimo Napoli

4.12.16

Il viaggio dello sparviero, prima personale di Maimouna Guerresi in Arabia Saudita a cura di Manuela de Leonardis


Il viaggio dello sparviero
 prima personale di Maimouna Guerresi in Arabia Saudita
 a cura di Manuela de Leonardis
martedì 13 dicembre
Hafez Gallery Jeddah
in collaborazone con il Consolato Generale Italiano di Gedda


Aggiungi didascalia

14.6.16

Articolo di Layan Damanhouri su Saudi Gazzette per la mostra Marriage Italian Style




Layan Damanhouri
Saudi Gazette
THE history of wedding gowns in Italy reveals a significant amount about the nation’s social, economic and political life in the past century. This was displayed at an exhibition curated by Rossella Alessandrucci at the Italian Consulate this week in the presence of Consul General Elisabetta Martini and many local guests.
According to Alessandrucci, the style of wedding gowns tells a lot about the status of women.
“At the turn of the 20th century, Europeans enjoyed a generally happy and prosperous life. World War I was a shock for Europe. One of the major changes was that women started to work,” she said, pointing to photographs of brides in the early 1900’s wearing shorter dresses and knee-length skirts. A busy work life marked a change in women’s fashion, giving way to increased independence.
Curator Rossella Alessandrucci presents a historical timeline of weddings in Italy at an exhibition held at the Italian Consulate in Jeddah.
Curator Rossella Alessandrucci presents a historical timeline of weddings in Italy at an exhibition held at the Italian Consulate in Jeddah.
The exhibit presents photographs of weddings starting from 1890 to the present-day Italy, revealing the transformation of fashion that represents historical events and change throughout the century. A display further shows old photographs, wedding gowns, bridal accessories and memorabilia, such as original telegrams, wedding invitations and souvenirs.
per leggere l'articolo clicca qui


Riconoscimento del vice sindaco di Gedda per la mostra Marriage Italian Style

 Arwa Al-Aama offre un simbolo della città di Gedda al curatore della mostra Rossella Alessandrucci
                                 Omaggio al Console Italiano a Gedda per l'impegno profuso










                         Elvira Gramano presente con alcuni oggetti della collezione alla mostra
              Confetti Pelino di Sulmona presenti alla mostra con omaggio alla bandiera italiana

12.6.16

Testo matrimonio all'italiana

Matrimonio all’italiana
Mostra fotografica - documentaria 
dal 1890 ad oggi
Consolato Generale Italiano a Gedda
(Arabia Saudita)
2 giugno 2016


Le mode spesso dettano suggerimenti e stili di vita che influenzano le nostre scelte, negli ultimi anni sempre più cittadini sauditi stanno scegliendo come meta per celebrare il loro matrimonio la nostra Terra. Siamo orgogliosi di questa preferenza e sappiamo che l’Italia può offrire quanto di meglio per ospitare un evento così significativo come il matrimonio. E’ stato per questo motivo che  abbiamo scelto di parlare della storia del nostro Paese attraverso il simbolo più rappresentativo del matrimonio: Il vestito da sposa.

La moda, ma anche le vicende politiche del paese hanno influito sul modo di vestire e sullo stile della  cerimonia.  Con questa mostra vogliamo far conoscere  le nostre abitudini ed i nostri costumi relative al matrimonio, raccontando gli albori della storia antica fino ad arrivare al XX secolo, per il quale abbiamo approfondito, reperendo presso mercatini, archivi e conoscenti, la documentazione più varia.

Ne è emerso un emozionante affresco collettivo del popolo italiano: semplice ed aristocratico allo stesso tempo con origini contadine e latifondiste, ma anche forte dopo aver affrontato due guerre nell’ultimo secolo e fiero per essersi risollevato sviluppando la propria creatività, diffondendo il proprio stile nel mondo attraverso le sue aziende principalmente familiari.

A  dimostrazione di questo, abbiamo chiesto a due aziende tra le più rappresentative del settore, la sartoria di abiti da sposa Elvira Gramano di Roma e il confettificio Pelino di Sulmona, di portare a Gedda alcuni esemplari della collezione storica di abiti e accessori ed un esempio dell’abilità nella produzione del confetto.

La storia del vestito da sposa
XX secolo e nuovo millennio 


In Italia la sarta più singolare fu Rosa Genoni che dopo un lungo apprendistato a Parigi rientrò a Milano cercando di convincere la sartoria italiana di quanto mancasse di una forte identità nazionale essendo fermamente convinta delle sue potenzialità.
All’inizio del XX secolo l’abito bianco veniva sconsigliato alle spose che avevano passato i venticinque anni e assolutamente proibito alle vedove insieme con il velo vaporoso che si addiceva solo ad una giovinetta, unica concessione quella di un velo di merletto purché molto costoso. Il velo veniva scelto in base alla classe sociale della sposa, e con il passare degli anni molti aspetti culturali di questa usanza hanno lasciato spazio alla moda ed è diventato quasi esclusivamente un accessorio.
Con lo scoppio della grande guerra, il fortissimo choc indurrà al silenzio su tutto ciò che era considerato frivolo, anche le rubriche di moda  parlavano poco o niente di nozze; addirittura, nel mese di maggio solitamente dedicato alla pubblicazione di figurini nuziali, verranno proposti  quelli da lutto. L’anno successivo il sacro rito riprende, forse a significare la voglia di continuare a vivere nonostante tutto. Non ci sono più usanze formali da osservare: le condizioni dell’epoca come le difficoltà sopraggiunte anche nei patrimoni più solidi, i lutti che hanno adombrato la maggior parte delle famiglie sono sufficienti a giustificare qualunque decisione a proposito di matrimoni.
Nel primo dopoguerra un clima modernista inaugura una serie di stagioni mondane elegantissime che trasformano le polverose abitudini in qualcosa che ha il profumo della novità ed un pizzico di trasgressione.
 Il nuovo contagia anche l’abbigliamento della sposa, la tolleranza nelle fogge dell’abito è d’obbligo, moralmente inaccettabili ostentazione e lusso. Si abbandonano le vesti elaborate, si portano tacchi bassi e gonne più corte di venti centimetri. L’eco di una vita sempre meno sedentaria si sente anche negli abiti da sposa.
Negli anni trenta con l’avvento del fascismo che stigmatizzava pubblicamente le donne che non erano mogli e madri ed i Patti Lateranensi, che univano Stato e Chiesa nel rito matrimoniale, fanno assumere al matrimonio  una  posizione preminente. Il  regime rese accessibile la vita coniugale alle donne dai quattordici anni e sponsorizzò le nozze di gruppo.
Ancora bandito il lusso, gli abiti tornano ad essere più femminili rispetto agli anni precedenti ed i capelli ostentano grandi onde regolari.
“I militari e le persone che per ragioni di servizio si trovano al seguito delle forze armate possono, in tempo di guerra, celebrare il matrimonio per procura”. Queste furono le nozze degli anni “40 e ce ne furono tante con gli uomini sparsi per i vari fronti e le donne a casa. Parlare di abiti in questo periodo è forse inopportuno, chi ha la fortuna di sposarsi uno accanto all’altro indossa vestiti quotidiani che differenziano le spose dalle donne comuni soltanto per qualche garofano rosso cinto tra le braccia.
Gli anni “50 invece sono gli anni della rinascita e della speranza per il futuro, seppure molte famiglie ancora non abbiano un vero benessere e ancora risentano dei patimenti della guerra conclusa da poco guardano con curiosità alla moda che  propone abiti corti fin sotto il ginocchio anche se la sposa italiana ancora non è  pronta ad abbracciare  queste novità sentendo forte la sua appartenenza ad una cultura contadina e fortemente cattolica preferisce  il tradizionale abito bianco con un  velo corto  e bouquet in fiori d’arancio in cera.

Gli anni “60 invece  forti del decennio appena concluso intriso di tradizione e novità,  si scoprono freschi e pronti a cavalcare le proposte offerte dall’America. Per prima cosa si accorciano le  gonne addirittura sul ginocchio e le spose non hanno più timore di non essere in linea con la tradizione  per le loro gambe esibite. Sono gli anni della spensieratezza; il boom economico ha dato agli italiani la certezza del futuro, il risparmio a loro tanto caro è ora superato dalle continue prove che ci offrono i mercati sempre in crescita.
Il vestito da sposa si acquista confezionato, le cambiali aiutano a fare una cerimonia con tutti i requisiti necessari per la riuscita dell’evento.  La vita si affronta con leggerezza e la moda ne è testimone.
La rottura delle regole diventa una regola e gli anni “70 sono il simbolo di questa tendenza. Il matrimonio è contestato e spesso evitato, ma chi invece lo affronta non utilizza le icone tradizionali. La sposa sostituisce il velo con un cappello a falde larghe spesso avvolto da mazzolini di fiori freschi e colorati. Il lusso non è più richiesto. Il vestito disegnato prende il posto del ricamo. Tutto ha una piega più anticonformista e democratica. La filosofia hippy ha influenzato i costumi e le abitudini,  gli abiti da sposa ne hanno subito colto l’essenza.
Come sempre accade nella storia, ad ogni flusso si accosta un riflusso.
Gli anni “80  stanchi di troppo anticonformismo e minimalismo, bramano lusso e ostentazione. Le spalle delle spose si gonfiano a dismisura, il simbolo di questo decennio sono le spalline sempre più vistose che giungono quasi a deformare la figura umana,  ciuffi bizzarri  spuntano nelle capigliature.
Tutto è eccessivo, la ricchezza diventa un obiettivo ed il suo sfoggio una consuetudine.
Dagli anni “90 in poi la moda con ha più uno stile che la distingua dai decenni precedenti, come già successo alla fine del XIX secolo, la moda tende a copiare le linee e le tendenze precedenti.
Il nuovo millennio frastorna, la paura di un futuro che ora non si chiama più così si percepisce,  il 2000 è arrivato con tutte le aspettative, le attese e previsioni. Se volessimo cogliere l’espressione e lo stile degli anni del nuovo millennio non sapremmo delinearli con precisione. Le spose continuano a scegliere con gioia il loro abito ed il gioco della cerimonia continua ad essere presente anche se il matrimonio per gli italiani non è più un traguardo.  


Rossella Alessandrucci




La storia del vestito da sposa
da Rea Silvia alla fine del XIX secolo



La prima sposa illustre appartiene più alla leggenda che alla storia.
Rea Silvia , figlia del Re di Alba, Numitore, era stata costretta dallo zio Amulio, usurpatore del trono paterno, a farsi Vestale, conservando così la verginità.
Le costrizioni terrene però a nulla valsero di fronte alla passione di  Marte che scese dall’Olimpo per unirsi a lei. Dal loro amore nacquero  Romolo e Remo i fondatori di Roma.
Parlando di Matrimonio all’ italiana non si può che partire da Roma. Nella società romana il fidanzamento consisteva in un accordo fra il futuro sposo ed il padre della sposa, accordo suggellato da un anello d’oro che il fidanzato regalava alla futura sposa.
La sposa indossava una tunica , detta Recta o Regilla, di colore bianco, divideva i capelli in sei trecce, che adornava con nastri, e si copriva il capo con un velo arancione, il Flammeum.
Si sacrificava una pecora agli Dei e una donna maritata congiungeva le mani destra degli sposi, che si promettevano così fedeltà e amore.
L’abbigliamento romano, molto semplice e lineare, andò arricchendosi fino a raggiungere lo sfarzo dell’epoca imperale con stoffe, acconciature, gioielli, sempre più influenzati dalle novità provenienti dai paesi orientali.
Prima della caduta dell’Impero d’Occidente, gli abiti avevano una linea molto semplice, distinguendosi da quelli più antichi per la ricchezza delle decorazioni e dei ricami cui nemmeno  le donne cristiane dopo l’editto di Costantino, che ufficializzò la fede cristiana, seppero rinunciarvi.
Con l’arrivo dei barbari anche i costumi assunsero fogge diverse e la solennità dei colori romani: bianco, porpora e oro cedette alla leggerezza  dei verdi, degli azzurri, dei rosa e violetti.
L’amore a prima vista tra Galla Placidia, sorella di Onorio, imperatore d’ Occidente, e Ataulfo  successore di Alarico, Re dei Goti  suscitò molto scalpore. Le loro nozze furono ricordate per il vestito da imperatrice romana della sposa  assisa su un magnifico trono con  vicino lo sposo abbigliato con un abito romano seduto su un seggio più modesto. Dono di nozze dello sposo rari e magnifici gioielli sottratti a Roma durante il sacco.
Sconfitti i Goti l’influenza bizantina sui costumi fu enorme.  Stoffe preziose, decorazioni d’estrema raffinatezza, gioielli d’inestimabile valore. La seta, il cui segreto era gelosamente custodito dai  cinesi fu scoperto da Giustiniano che in maniera rocambolesca portò  segretamente i bachi a Bisanzio con la complicità di due monaci.
L’arrivo dei Franchi non mutò nella sostanza l’abbigliamento femminile. Le italiane ne adottarono solo le lunghe trecce, i riccioli, le piccole corone gemmate ed i veli.
Dopo il 1100 comparve lo strascico che resterà nei secoli, l’elemento essenziale dell’abito da sposa, segnando la definitiva distinzione fra il vestito maschile e quello femminile.
Addirittura leggi speciali furono emanate dai governanti per mettere un freno alle follie della moda ed al conseguente dilagare del lusso sfrenato che metteva in serie difficoltà le casse dello Stato.
Le code, le acconciature di perle e oro, le fibbie furono le ricercatezze più osteggiate e punite.
A Venezia  però fu concesso alle spose di sfoggiare ricami di perle sulla veste, sul mantello e anche sullo strascico.
Nel 1200 la confezione delle vesti non fu più prevalentemente opera domestica, è ora che nasce la professione del sarto.  I colori in questo secolo vengono preferiti al bianco per gli abiti da sposa.
Il matrimonio mistico di San Francesco con Madonna Povertà è caratterizzato infatti dalla sposa con un leggero abito rosa raffigurato negli affreschi  della Basilica di Assisi.
Nel 1300 il colore per le spose permane anche se si accende di rosso scarlatto, in alcuni casi per ostentare la propria ricchezza le vesti venivano costellate di diamanti e piccole perle ed il capo veniva adornato da corone di fiori d’oro,
Ne 1400 Beatrice d’Este sfoggiava abiti da lei stessa disegnati e fu ambasciatrice di moda italiana tra le più eleganti dame d’Europa.
Di lei si racconta che fu sua unica preoccupazione andando in sposa a Ludovico il Moro incantarlo con uno splendido abito riccamente lavorato incurante di attraversare il fiume Po coperto solo di una leggera lastra di ghiaccio.
Nel 1500 i Gonzaga, gli Este ed i Medici detennero il primato sulla moda e ne dettarono gli stili. Le vesti si amplificarono senza alterare le proporzioni della figura umana.
Lucrezia Borgia andando sposa ad Adolfo d’Este,  si dice indossasse più di cinquanta veli d’oro, gonnelle di velluto, raso e broccatello e portava una sopravveste di broccato d’oro su un abito rosso persiano foderato d’ermellino.
I colori degli abiti femminili erano gai, il bianco veniva talvolta usato per le vesti da sposa ma non era di prammatica, comunque sempre mescolato a colori diversi.
Il 1600 imitò in tutto ciò che era francese e spagnolo, gli abiti erano di una tale rigidità che indossarli diventava un supplizio. Fu questa l’epoca delle camicie femminili trasparenti a tal punto che dovette intervenire il Papa, il quale ordinò di farle sequestrare presso i lavandai. E’ in quest’epoca che apparvero le prime parrucche.
Per il  matrimonio di Marianna d’Austria figlia dell’Imperatore sposa di Filippo IV di Spagna, il Comune di Milano destinò alla sposa come regalo ventiquattro pezze di broccato di seta e oro. Regalo particolarmente gradito dalla sposa, visto che il padre non volle darle nulla come corredo poiché lasciò tale onore ed onere alla città nella quale sarebbe passata.
Il XVII  secolo fu influenzato anche dallo stile di Cristina di Svezia che scandalizzò i contemporanei utilizzando abiti di foggia maschile. Adottando pantaloni e giacche in un certo senso è stata l’inventrice del tailleur.
Nel 1700 infuriava la moda francese  ed anche l’Italia ne venne influenzata. Fu il secolo dell’eleganza frivola creata per dare risalto alla grazia femminile.
Il Rococò con i suoi fiorellini ed i suoi colori pastello s’ispirava alla primavera in un trionfo di raso, velluto, taffettà, fra mirabolanti parrucche che imitavano velieri, nidi, fioriere e con il vezzo dei finti nei.
Il più settecentesco dei matrimoni può essere ricordato quello tra Don Filippo Orsini e Teresa Caracciolo che sfilarono a Roma sul Corso con una graziosa mascherata rappresentante il ritorno di Diana dalla caccia.
Dopo le vittorie di Napoleone echi neoclassici si mostrano nelle vesti. Lo “Stile Impero”  trionfa nel matrimonio tra Napoleone con Maria Luisa d’Austria dove il bianco simbolicamente decorato si sposa con la porpora dei manti foderati d’ermellino prerogativa della regalità.
L’800 fu epoca eclettica che guarda a tutti gli stili del passato e non avendo una
propria fisionomia, imita di volta in volta la Francia, l’Austria e perfino la Russia.
Gli abiti nunziali assumono grande importanza soprattutto nell’età romantica. Per la sposa era di rigore l’abito bianco, accollato con maniche lunghe e lunghissimo strascico, che stava a significare l’entrata nella vita sociale, essendo il primo strascico quello nunziale, Un ampio velo avvolgeva quasi tutta la persona in vaporosa nuvola candida, che non di rado, copriva anche il volto.
Gli abiti erano di seta ed il velo di autentica trina, a volte antica, Dalle abilissime mani delle merlettaie di Venezia uscì quello nunziale per la principessa Elena di Montenegro, sposa del futuro re Emanuele III, eseguito sotto il diretto controllo della regina Margherita, grande esperta di moda.
Di prammatica i fiori d’arancio di cera, che formavano coroncine da posare sul capo e mazzetti da appuntare alla vita, allo scollo e alle maniche. Proibiti, invece, i gioielli durante la cerimonia religiosa.
La moda della seconda metà dell’Ottocento  e del primo Novecento toccherà l’acme a Parigi con Worth, sarto dell’imperatrice Eugenia, e col geniale Erté.


Testo tratto dal libro “La sposa di Roma” di Roberto Gervaso per Elvira Gramano- Edizioni Azzurro anno 1983
                                  
ENGLISH VERSION

Marriage –Italian Style 
Photographic and documentary exhibition 
 from 1890 to the present day. 
Italian Consulate General Jeddah 
( Saudi Arabia)
 2 June 2016 

Fashions often present ideas and lifestyles which in turn influence our choices In recent years more and more Saudi citizens have chosen Italy as the place to celebrate their weddings. We are proud that you have chosen us and know that Italy can offer the best on occasions of such importance as a wedding. For this reason we have chosen to reveal the story of our nation through the most significant of all symbols: the wedding dress.

Fashion certainly, but also the political events of the country have had an influence on the manner of dress and on the style of the ceremony itself. In this exhibition we would like to make known our practices and customs in the art of the wedding, from the beginnings in ancient times through to the twentieth century. To do this we have obtained a wide variety of material from markets, in archives and from experts.

The result is an exciting collective fresco of the Italian people: at once both simple and aristocratic, poor farmers and land-owners, stronger after two wars and proud of having picked themselves up by their own boundless creativity and able to spread Italian style throughout the world principally through family businesses. 

To demonstrate this point, we asked two of the most important companies in the sector, the wedding-dress maker Elvira Gramano from Rome and the wedding confectioner Pelino of Sulmona, to bring to Jeddah some of their historical collection of dresses and an example of the craft of wedding confetti.




The history of the wedding dress
20th Century and the new millenium 

In Italy the singularly most important dress-maker was Rosa Genoni, who after a long apprenticeship in Paris, returned to Milan in the hope of convincing Italian tailors of the lack of and necessity of a strong national identity in the field and sure that it could indeed happen. 
At the beginning of the XX century a white wedding dress was strongly discouraged for those women who were over 25 and absolutely forbidden for widows, together with the flimsy veil which was considered correct only for young brides.  The only concession was a lace veil that was very expensive.  This veil was chosen according to the social class of the bride, but with the passing of time many cultural aspects of this custom have been given over to fashion with the result that it now seems almost an accessory.
With the outbreak of the Great War, the terrible shock led to a solemn silence about anything considered frivolous and even the fashion pages said little or nothing of weddings; indeed in the May issues, traditionally given over to the publication of nuptial figurines, they were replaced with ones depicting grief. The following year the sacred ritual returned, perhaps reflecting the desire to continue living notwithstanding the war. Rigid formal customs were no longer obligatory – the wartime conditions affected even the richest, and the mourning that had touched nearly every family was enough to justify whatever was necessary when it came to the celebration of a wedding.
In the years following the war a modernist climate led to seasons of worldly elegance which transformed the now dull and frumpy customs into something with the air of novelty and with a hint of transgression.
 This breath of fresh air became evident also in the dress of the bride. There was a greater tolerance  in the cut of the dress, while ostentation and luxury were morally unacceptable. Elaborate dresses were no longer 'in', low heeled shoes were preferred and skirt-length reduced by 20 centimeters. The reality of a less sedentary life became evident in the design of the wedding dress.

In the 1930's Fascism brought with it  public disapproval of the woman who was neither married nor a mother while the Lateranensi agreements, who brought together Church and State in the wedding ceremony, stressed the pre-eminence of marriage. I furthermore, the Fascist  regime made it possible for girls of 14 to marry and sponsored group weddings.
While luxury was still frowned upon, dresses regained  some of their femininity lost in the previous years and the hairdo was often in the form of great wavy patterns.

       “Soldiers and those supporting them logistically can, in times of war, celebrate their weddings  by means of the  judicial offices.”. This was the reality of very many weddings of the 1940's, with men deployed far and wide at the front and women keeping the home. To talk of dresses in this period seems inopportune.  For the few who had the opportunity to marry in person, everyday dress was the norm.  The only distinction between the bride and other women was a modest bunch of red carnations between the arms.

With the coming of the 1950's there was a rebirth and renewed hope for the future, although many families were still suffering the effects of the war and relatively poor. Despite their curiosity  about the latest fashions which offered dresses with cuts just below the knee, the average Italian  woman was not yet ready to embrace these novelties because of her strong attachment to rural and strongly  Catholic traditions.  As a result, the traditional white dress with a short veil with a bouquet of wax orange flowers was still preferred.

It was the 1960's, however, when the fresh shoots of novelty and fidelity  to traditions of the previous decade encountered the new styles coming from the United States. First of all, dresses were now even cut to knee length as women lost their traditional fear of exposing their legs. These were the carefree years; the economic boom having restored certainty to the Italians.  The need to save money gave way to a fascination for the ever-expanding markets.
Wedding dresses could now be bought ready-made. Bills of exchange helped in the making of a ceremony with all that was required for the success of the event. Life was treated more light-heatedly – and  fashion  was proof of this.

Rule-breaking became the rule and the 1970’s were symbolic of this tendency. The institution of marriage was challenged and often avoided, but those who chose to go through with it did not use the traditional iconic features. The bride abandon the veil in favor of the a wide brimmed hat often adorned with a nosegay of fresh and colorful flowers. Luxury had no place in it while a tailored dress took the place of embroidery . Everything had a democratic and non-conformist slant. The philosophy of the hippies had influenced customs and tastes and wedding attire immediately reflected  its essential values.

As always happens in history, every action pokes a reaction and by the 1980’s people were tired of so much non-conformity and minimalism  and craved luxury and ostentation.  The shoulder loops of bridal dresses grew enormously, almost deforming the human figure in the process and  becoming the symbol of the decade together with the bizarre ringlets sprouting from the head of hair. Everything was done to excess as wealth became an objective and its display a common custom.

From the 1990’s onward fashions lacked a style that could be said to distinguish it from previous decades , and, as had already happened at the end of the 19th Century, fashions tended to copy previous lines and tendencies. The new millennium  seems not to have found a direction; a certain fear of the future and its implications is perceptible.   

The Year 2000 arrived with all its hopes, expectations and predictions yet if we wanted to grasp the expression or style of the new millennium, it would be difficult to define it clearly. Brides continue to  choose their dresses with joy and excitement and the rituals of the ceremony are still honored. However,  weddings for the Italians are no longer the rite of passage that they once were.  

Rossella Alessandrucci



 The history of the wedding dress
from Rea Silvia to the end of the 19th century



The first famous bride belongs more to myth than to history. .
Rea Silvia , daughter of Numitore, King of Alba had been forced by his uncle Amulio the usurper of the throne to  become a Vestal,  thereby maintaining her virginity.  
Such earthly restrictions however counted for little because the passionate god Mars swept down from Mount Olympus to mate with her.   From this union the founders of Rome, Romulus and Remus were born.


When speaking of  weddings in Italian style, we cannot but start from Rome.  In ancient Roman society  engagement consisted of an agreement between the future husband and the father of the bride, sealed by the gold ring which the husband-to-be gave to his future bride.
The bride wore a white tunic , known as Recta or Regilla, , and separted her hair into 6 braids which she decorated with ribbons.  Her head was covered by an orange veil, the Flammeum.
A sheep was sacrificed to the gods and a married woman brought together the right hands of bride and groom, who promised to love and be faithful.
Roman dress, initially very simple and linear,became richer and more showy so that by the imperial era it had become sumptuous, with materials, hairstyles and jewellery  evr more influenced by the novelties originating in Eastern lands. Before the fall of the Empire in the West clothes had returned to a simpler cut but were different earlier vestments  by virtue of their richer decoration and embroidery which even the ladies of the newly recognised Christianity  found  difficult to give up.
With the arrival of the barbarians, styles  of dress  underwent a change and the solemnity of the Roman colours – white – purple and gold, lost out to the frivolity of greens, blues, pinks and violet.
The love at first sight between  Galla Placidia, sister of Honorious, emperor of the West and Ataulfo  successor  of Alaric, king of the Goths created a sensation . Their wedding ceremony was remembered for the bride’s dress, that of a Roman empress seated on a throne next to the groom in Roman attire seated on a much humbler chair. Notable were the groom’s wedding gifts : rare and magnificent jewellery looted from Rome during the sack of the city.
With the defeat of the Goths, the influence of the Byzantines on  clothing was enormous..  Precious fabrics, extremely  refined decoration,  invaluable jewels. Silk; the production of which had been jealously guarded by the Chinese, was discovered in a daring manner by Justinian when two monks brought the cocoons secretly to Byzantium.
The arrival of the Franks did not substantially change  the manner of female dress . Italian ladies adopted only the long braids, curls, little gem-studded crowns and veils.
After 1100 came the the bridal  train, the one essential element that would last through the centuries and which came to represent  the  clearest  distinction in dress  between the spouses .
Such was the fever  that authorities were forced to introduce special laws to put a brake on the excesses of fashion and rampant popularity of luxurious dress  as it was even draining the coffers of the state.
 Headdresses formed of peals and gold,  buckles and trains were the refinements most likely to encounter hostility and punishment.
In Venice,  however, a concession was made to brides:  they could embroider pearls onto the dress, the mantle and the train.
In the 1200s the preparation of clothing was no longer prevalently a domestic task as now the craft of the tailor came into being .  In this century colours other than white were preferred for wedding dresses.
The mystical wedding of St Francis with the Madonna of Poverty  is in fact characterised by a light pink dress that can be seen in the frescoes in the Basilica of Assisi.
During the 1300s the colour for the brides remained, even though in some cases scarlet was chosen, perhaps to show off wealth .  The dresses were studded with diamonds and little pearls and the head was adorned  with a crown in gold leaf.
In the 1400s Beatrice d’Este appeared in in dresses that she herself had designed and was an ambassador for Italian fashion among the most elegent women in Europe.
Of her  it is said that her own thought when marrying Ludovico the Moor was to enchant him with her  finely decorated dress . Thus she gaily walked to her wedding across the frozen river Po, which was covered at the time with only a thin layer of ice.
In the  1500s the  Gonzaga, the  Este and the Medici families held the pride of place in fashion and dictated the styles . Dresses became larger withou a corressponding change in the human figure.
Lucrezia Borgia in the moment of her wedding to Adolfo d’Este  was said to be wearing more than 50 golden veils , velvet skirts, satin and broccatel  as well as a surcoat of gold brocade over a Persian red dress  trimmed with ermelline..
Female dress was in cheerful colours ,white sometimes being used for wedding dress but  it was not a common custom, and when used it was always combined with other colours.
In time of the 1600s everything French and Spanish was imitated but the clothing was so tight that wearing them was excruciating. This was the period of the transparent female chemise, so transparent that the Pope intervened, ordering their confiscation at laundries. Also in this period the first wigs made their appearance .
For the wedding of Marianna of Austria,  daughter of the Emperor and bride of Philip IV of Spain, the Comune of Milan destined to  the bride a present of 24 pieces of brocade made of silk and gold. This was particularly gratifying for the bride as the father did not want to offer anything as a dowry,  leaving this honour to the city through which she would be passing.
The XVII  century waas also influenced by the the style of  Queen Cristina of Sweden, who scandalised contemporary society by wearing clothes of masculine form.   By adopting trousers and jackets she was in a certain sense the creator of the tailleur or trouser- suit.
The 1700’s saw the predominance of French fashion and this affected Italy too.  It was a century in which a frivolous elegance was employed to give greater prominence to feminine grace.
 Rococò with its little flowers and pastel colours took spring as its inspiration with a wealth of satin, velvet and  taffettà, with astounding wigs resembling sailing boats, nests and flower boxes, to which was added the affectation of pencilled-on birth marks.
The seventeenth century wedding par excellence  might have been that between  Don Filippo Orsini and Teresa Caracciolo, who paraded along the Corso in Rome in a delightful  mascherade  representing  the return of the goddess  Diana from the hunt.
After the victories Napoleon, neo-classical echoes were to be found in clothing. The “Imperial Style”  triumphs in the wedding of  Napoleon and  Maria Luisa of Austria, where the symbolically-decorated white is in unison with the imperial purple of the ermelline trimmings of the mantle representing the royal prerogative .
The 1800’s was an eclectic century  which looked back fondly on  all the styles of the past but seeing as it had no defining aspect, imitated in turn France, Ausria and even Russia.
Wedding attire took on  great importance above all in the Romantic period . For the bride a high-necked white dress with long sleeves and extremely long  train  was de rigeur . The long train signified  a woman’s entrance into the life of society with its attendant  consequences.  An extensive veil covered almost all the person and not infrequently  the face, seeming  like a flimsy, snow-white cloud.
The dresses were of silk and the bridal veil of authentic lace, occasionally ancient in origin.  From the able lace-makers of Venice came the veil used by the Princess  Elena of Montenegro, bride of the future king  Emanuele III, prepared under the direct supervision of Queen  Margherita, an expert in fashion at the time.
Orange tree flowers made of wax were customary, made into little crowns to be placed on the head or into bouquets to be pinned to the waist, to the neck-opening or to the sleeves. On the other hand, jewellery was forbidden during the religious ceremony.
Fashion in the second half of the 1800’s and the early years of the 1900’s reached its peak in Paris with Worth, who was the personal tailor to the Empress Eugenia, and with the ingenious  Ertè.

Text taken from the book " The Bride of Rome" by Roberto Gervaso for Elvira Gramano - Azzurro editions 1983