29.3.13

Da La Stellina al WhiteCube e ritorno… al futuro!



de il7 – Marco Settembre 


Un laboratorio d'arte è un luogo dove, con sapienza ma anche con spirito d’avventura intellettuale, si elaborano ipotesi, tesi, si sviluppano procedimenti, si producono conclusioni e previsioni, ma in fondo tutto è al tempo stesso frutto di un ciclico alternarsi di tentativi e revisioni, sia pure condotti in un un regime di continuo controllo scientifico. Ebbene, l’Associazione Culturale ed Artistica "La Stellina" si definisce anche come laboratorio, ma artistico, in cui è chiaro che non l’errore, ma l’avventurosa erranza non è solo il segnale che qualcosa è andato storto, che l’ipotesi va rigettata, sostituita, ma è piuttosto, e ancora più che in ambito scientifico, il segno inatteso di qualcosa che pure risuona di un significato, è un suono che va ascoltato, una insolita forma da decifrare, un’affermazione “diversa”. Il cambio del nome, per un ente che obbedisca ai più rigidi dettami del marketing, è un arrischiato redirezionamento che va seriamente ponderato nei suoi rischi, e invece, per La Stellina acquista il valore di un percorso, di una traiettoria. D’altronde non esistono realtà immutabili e statiche, monolitico è un aggettivo non lusinghiero soprattutto per le persone, ed ogni cosa è l'esito di un processo che l’individuo non superficiale ricostruisce. E dunque, se nomen omen est, le trasformazioni di questo laboratorio d’arte obbediscono al criterio superiore di una “muta” organica, o di un rivolgimento concettuale di cui però, nel suo insieme, si coglie la coerenza.

Gli inizi, risalenti a Ottobre 2005, sotto il nome La Stellina, si può pensare che siano stati l’aurora magica in cui appare una luce tenue ma decisa, quasi una Sirio posata sulla città, a mostrare il cammino a chi viaggia verso un quartiere con una identità forte come il Pigneto alla ricerca di un embrione in cui condividere passione per le immagini costruite con cura. La luce era quella di Rossella Alessandrucci, formatasi artisticamente in Accademia, che creava così uno spazio per la sua personale proposta artistica, in cui quella stellina tremolava nel contesto romano con grazia e discrezione.

In seguito l’attività si è aperta invece ad una ancora più lucente profondità dialogica, squadernando le pareti ideali del cubo bianco di cui si sustanzia, come fossero delle dimensioni del pensiero e della prassi artistica di cristallina complessità, cristallina come la purezza delle idee; un concettualismo riverberato in tante proposte di tanti artisti più o meno emersi si è affermato, ha guadagnato corpo, si è costruito una indubbia credibilità anche attraverso il provocatorio ed ironico confronto a distanza con il White Cube londinese.

Nella mia prima recensione per una mostra di Whitecubealpigneto sottolineavo questo aspetto, sollevando i miei auspici per una crescita che portasse il prezioso cubo bianco di questa galleria ad acquisire una rinomanza che fosse ben più che cittadina. Così è stato grazie a mostre che tematizzavano importanti problemi della società contemporanea per poi trattarli sempre in modo intelligente e spettacolare attraverso le opere di artisti di provenienza internazionale come Francesco Impellizzeri, Andrew Rutt, Sonja Orfalian, Nicole Voltan, Roberto Silvestrini Garcia e molti altri, provocando così un’elicitazione delle migliori facoltà dell’intelletto degli spettatori.

Attualmente possiamo annunciare che invece il cubo bianco al Pigneto si sta imponendo una nuova transizione che lo vede “collassare” felicemente nella sua incandescenza positiva ed euforica come se, appagato solo dalla sua incessante ricerca e quindi inappagato dal suo già superato sé e dal suo invadente altro da sé che è il famigerato White Cube, volesse a fini palingenetici crunchare vorticando e piegando le sue scomponibili facce abbaglianti in un accartocciamento implosivo degno d’un fantastico buco bianco, come se fosse un origami alla ricerca di una nuova forma di sintesi, che si orienta verso la sua stessa essenza, finendo col far partorire al roteante e rutilante nonché elegante cubo bianco la sorgente della propria energia, però rinnovata, ancora più araldica, splendente ed “alta”, non dietro o davanti all’opera d’arte, ma “sopra”, guardiana dell’ideazione artistica dall’alto di un empireo conoscitivo: La (nuova) Stellina, ecco! Di certo non vale la pena di preoccuparsi che la forma a stella non abbia la stessa complessità delle facce di un cubo o del suo interno misterioso, perché le stelle più evolute e più grandi hanno una struttura interna a strati, con le membrane più interne che si trovano ad una temperatura più elevata e bruciano elementi più pesanti, vale a dire, fuor di metafora, che gli artisti che collaborano con la galleria competono in armonia per realizzare progetti espositivi che siano densi e pregni concettualmente e visivamente, alimentando una combustione interna delle idee de La Stellina che scalda l’immaginazione ed emoziona come il bagliore di una supernova vista da un osservatorio privilegiato.

Non v’è da dubitare infatti, che anche col cambio di nome, la linea resterà sostanzialmente inalterata: verranno privilegiati artisti in grado di esporre e tradurre in visione rivelatrice un’ idea che abbia risonanza filosofico-spirituale, ma cosa altro in concreto o in astratto possiamo aspettarci da questa rivoluzione in senso astronomico di tale corpo celeste scaturito da un cubo precedentemente articolatosi a partire dalle direttrici dei raggi della stellina stessa, beh, vedete bene che non è dato prevederlo con esattezza, perché se per l’uomo è impossibile seguire l’intero ciclo vitale di una stella, lungo milioni o miliardi di anni, e ci si deve affidare a modelli teorici fisico-matematici, nel caso de La Stellina bisogna rivolgersi a proiezioni dettate dall’amore per l’estetica che non possono prescindere da quell’effetto sorpresa e meraviglia che è obiettivo dell’arte moderna e contemporanea, ma una cosa è certa: se qualcuno dovesse mai sbrigativamente e pedantemente percepire questo processo metamorfico come non ortodosso o persino caotico, varrà la pena ricordare la celebre frase di Nietzsche: “Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”; e se poi si tratta de La Stellina piroettante del Pensiero, l’emanazione è ancora più necessaria!

il7 – Marco Settembre